Vivere in una valigia

Oggi ti racconto un pò di me… Partendo da una particolarità che mi ha accompagnata sin dall’infanzia.

Ho vissuto gran parte della mia vita in una valigia. 

Non solo quando, viaggiando per il mondo in età adulta ed incontrando mia madre tra una partenza e l’altra la sentivo dirmi che “la valigia è il mio appartamento”, ma anche durante tutta l’infanzia nella quale non sono mai rimasta nello stesso posto tanto a lungo da ricordarmi dove fossero esattamente le cose. 

Si potrebbe dire che sono figlia di “immigrati”, seppur appartenenti a quel grande insieme di strati culturali differenti soprannominato comunemente “il Meridione”: papà, napoletano doc, si trasferì in Sicilia negli anni ottanta per prestare servizio come poliziotto, mentre mamma, nata in Sardegna, vi si era trasferita già da bambina per il lavoro del nonno presso le raffinerie petrolifere. 

Mi piace dire che sono una meticcia del sud, nata in una piccola provincia della costa orientale di un’isola meravigliosa e controversa che mi accoglie, mi nutre, ma a cui profondamente non ho mai sentito di appartenere davvero.

Tra gli oltre quindici traslochi che hanno costellato questa vita avventurosa molti sono avvenuti quando ancora ero bambina: ricordo che ognuno di essi era carico di eccitazione e gioco, fare gli scatoloni, scoprire gli spazi nuovi, scartare gli arredi in ogni nuova casa, conoscere il quartiere un vicolo e un muretto alla volta… Ho sempre apprezzato il senso della scoperta e dell’incerta novità che ogni cambiamento di casa presupponeva. 

Così come ho amato ogni viaggio per andare a trovare i nonni lontani durante le feste natalizie o pasquali: il percorso in macchina di quasi dieci ore che ci separava dalla grande Napoli, da me sempre immaginata come una metropoli avanguardista, in cui prendevo possesso dei sedili di dietro come un esploratore farebbe con la sua tenda personale in una missione remota. Già avida lettrice, mi circondavo di libri, riviste, fumetti, copertine e cuscini, godendo del piacere di una nuova avventura ed osservando lo scorrere di paesaggi sempre diversi dall’oblò del finestrino.

Lo stesso oblò da cui, tanti anni dopo, vedevo finalmente la Grande Madre India. 

Autoritratto durante il mio primo viaggio in India, Gennaio 2016

Seduta in quel proiettile di lamiera lanciato dall’altra parte del mondo le lacrime scorrevano inarrestabili ai lati degli occhi senza una motivazione apparente, cariche di un’emozione che sentivo di poter descrivere solo così: “sono finalmente tornata”. Ed ogni volta che l’aereo intercontinentale è atterrato su quella magica terra, il pianto è puntualmente arrivato.

Il mio incontro con l’India è stato inevitabile: appassionata di danze antiche, di miti e di archeologia, ho trovato nella danza indiana un’arte che sa riassumere e accendere tutti i miei interessi e passioni. 

Questa nostalgia del passato che ha da sempre caratterizzato i miei studi fa da riflesso alla mia esistenza meticcia, figlia di dialetti diversi, di mondi diversi, alla ricerca di quelle radici che non ho mai trovato nel contesto che mi circondava e che sentivo appartenere a qualcosa di lontano, nello spazio e nel tempo. Fin da bambina il mito ha rappresentato per me non una favola distante narrata da qualche popolo remoto ma il racconto di uno spazio interiore, di dei ed eroi che vivevano nel mio immaginario come parti del mio animo ancora da scoprire. 

Queste radici che sono diventate ali mi hanno condotta verso viaggi meravigliosi, spinta da quell’irrefrenabile senso della scoperta e gusto per l’ignoto che da sempre mi affiancano come fedeli compagni di viaggio. Ho incontrato migliaia di volti, luoghi e sapori diversi, fatto tesoro di esperienze indimenticabili e ad ogni viaggio esplorato sempre più a fondo, un passo alla volta come per i muretti ed i vicoli del nuovo quartiere da scoprire, i miei paesaggi interiori.

L’India, particolarmente, è diventata per me negli anni fulcro e fonte di ispirazione, bellezza e ricerca. Ciò che mi ha colpita più di ogni altra cosa è come l’arte in India sia intrisa e compenetrata dalla filosofia, dalla mitologia, e di come vi sia un costante dialogo tra le arti, un filo invisibile che le unisce e le vivifica. 

Così la musica e la danza indiana sono diventate per me  pratica di conoscenza e strumento di ricerca prediletto durante ogni viaggio che la vita mi porti ad affrontare, con o senza valigia.

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